RETHINKING HUMAN ENERGIES/GUILMI

BECOMING BLACK OUT

22.08.2010

Text and photography by Alessandro Carboni

Location: 42°0′0″N 14°29′0″E

Published for Abitare Magazine

Alessandro Carboni racconta il viaggio e le esperienze della sua ultima residenza creativa a Gulmi (Ch) un piccolo paese nelle colline Vastesi. Il progetto è un ulteriore tappa di Overlapping Discrete Boundaries che esplora e ridefinisce in chiave multidisciplinare luoghi e territori sparsi nel globo.

Alcuni giorni prima di partire per Guilmi[1] mi è capitato per caso di vedere alcune foto[2] scattate a New York nel 1965 durante uno dei più grossi black out della storia americana. Le immagini mostravano volti impauriti della gente in preda al panico avvolti nell'oscurità. In questi momenti di totale perdita di controllo gran parte della folla distruggeva le vetrine e saccheggiava brutalmente i negozi. Le foto, scattate presumibilmente la mattina, ritraevano la città vuota, le strade desoltate e soprattutto le tracce lasciate dagli assalti notturni. I meravigliosi scatti nascondevano la forza di sondare gli abissi della metropoli insieme a quelli dell’umanità che la affolla.  A lungo, ho continuato a pensare alla forza di quelle fotografie. Senza luce siamo persi, ma forse i blackout oltre a stuzzicare paure e fobie, insieme alla coscienza, fanno luce su molti aspetti della nostra esistenza.

Da Cagliari sono arrivato a Guilmi, passando per Firenze: Sardegna, Toscana, Umbria, Marche, e infine Abruzzo. E' stato un lungo viaggio in macchina con Federico ed Enzo nel paesaggio italiano: dal blu del mare sardo sorvolato in aereo, alle meravigliose colline tra la Toscana e l'Umbria; dai monasteri nelle montagne sempre verdi agli autogrill all'autostrada; dal traffico dei camion che d'estate non si arrestano mai, alle brutali costruzioni di cemento armato tra Pescara e Chieti. Finalmente Vasto e l'adriatico che si affaccia sui balcani. Siamo usciti a Vasto nord e abbiamo percorso una strada provinciale che penetra il territorio costeggiando le sponde del fiume Sinello. Il paesaggio è molto frammentato.

L'edilizia del cemento armato rosa, le infinite catene di villette unifamiliari a schiera si ripetono modulari a macchia di leopardo nel paesaggio. Non c'è armonia, è il banale sincretismo delle perfiferie che mostra l'ennesimo fallimento del moderno sviluppo urbano italiano.

Via via che ci allontaniamo dalla città, le radure si fanno più ampie e la vegetazione prende il sopravvento, i colori hanno più corpo diventando più visibili e chiari. Le estese campiture di giallo inquadrate nei campi di grano, il verde della macchia, la terra arata bruciata dal sole, ma soprattutto le lunghe crepe scure della terra che attraversano le colline; sono spaccature, sottili aperture come tagli intrecciati, che mostrano i continui movimenti sotterrai di questa regione[3].

Non era difficile vedere questi tagli che indistintamente attraversavano tutto il paesaggio, dai campi in lontananza alla strada che percorrevamo in macchina.  Ho immediatamente pensato al lavoro Shibboleth di Doris Salcedo[4] che avevo visto alla Tate Modern di Londra nell'Ottobre del 2007: una lunga fessura sul pavimento, una spaccatura che percorreva tutta la Turbine Hall.

Mi trovavo in Abruzzo e non molto distante dall'Aquila in cui recentemente c'è stato un  disastroso terromoto. Il sottosuolo in continuo movimento, era dimostrato dal fatto che ogni tanto si respirava odore di gas[5].  Durante il viaggio nella strada provinciale, allontanandomi dalla costa e dalla perferia urbana, i paesi si facevano sempre più piccoli e disabitati, una lenta e progressiva decadenza: negozi chiusi, case disabitate, le uniche presenze umane erano i vecchi seduti nelle strade che guardavano le automobili passare.

Si percepiva che una intera generazione fosse andata via lasciando  intorno il vuoto. Tuttavia, nonostante l'estrema rarefazione umana e la continua descrescita sociale ed economica di queste zone, sentivo che c'era una rete di sottili filamenti simili a quelli descritti da Marc Augè. L'antropologo francese riprendereva l'espressione del demografo Hervé Le Bras,  si tratta di “...quegli spazi che, almeno in Europa, dove lo spazio è risicato, saldano fra loro le grandi agglomerazioni. Tra gli immensi agglomerati urbani, i filamenti attraversano da parte a parte le più lontane periferie, creando una rete che annulla definitivamente la dicotomia urbano-rurale. È un mondo-città....”[6].

Ma è vero anche che, come ogni grande città,  ogni piccolo agglomerato può essere un mondo, ed addirittura una ricapitolazione, un riassunto del mondo che si trasforma velocemente con i segni che si identificano nelle sue diversità etniche, culturali, religiose, sociali ed economiche. Nel viaggio in macchina osservavo continuamente questi segni e li confrontavo con altri territori e luoghi che avevo visto nei miei precedenti viaggi[7].  Dal finestrino della macchina, vedevo una griglia intrecciata di sottili filamenti, segni e iconemi[8] che si ripetono costituendo la struttura di quell'affascinante spettacolo chiamato globalizzazione. 

 

Guilmi è posizionato su un punto panoramico di rara bellezza. Passeggiando per le vie del paese, una delle prime impressioni è la mestosità del paesaggio intorno. Dalle strade panoramiche è possibile osservare ampiamente i Monti Frentani coperti di boschi di quercia in cui sorge il fiume Sinello, la montagna franata di Rocca Spinalveti, Atessa, Carpineto, Montazzoli, le piane di Guilmi e infine il mare in cui sfocia il fiume. L'arrivo a Guilmi è stato incredibile: dalle informazioni che avevo raccolto, mi aspettavo un paese molto piccolo, invece è abbastanza grande ma molte delle case non sono abitate. Nel paese ci sono: due bar, due negozi di alimentari, due parrucchieri, un piccolo ristorante e una ferramenta che sta per chiudere definitivamente. Ho incontrato Virginia, una giovane ragazza che studia a bologna e fa l'assessore alla cultura. Lucio, giovane assessore che si occupa degli automezzi del comune e che come altri 30 Guilmesi, lavora alla Sevel di Atessa[9], nella val di Sangro. Zia Irene e le altre; anziane signore tutte rigorosamente vestite di nero che ogni giorno sedute nella panchina parlano del tempo e del passato (numerose volte mi sono fermato a parlare, ma più delle volte non ho capito nessuna parola del loro dialetto stretto);

 

Zio Nicola che mi ha mostrato le foto appese nel soggiorno di casa sua e mi ha raccontato delle sue avventure da militare in Sardegna durante la seconda guerra mondiale; Leonardo, il padre di Lucia che mi ha dato numerosi consigli e soprattutto mi raccontava che da ragazzino riusciva a percorrere la strada Guilmi Atessa in mezzora; e poi Pino il vicesindaco; la Bruna che ha cucinato la porchetta; Tiziana, la parrucchiera; Don Raj, il parroco che arriva dal Tamil Nadu, India; e infine il sindaco Carlo Racciatti. “Guilmi si sta spegnendo! non c'è piu nessuno" è ciò che ognuno di loro, nelle lunghe chiaccherate, mi ha costantemente ripetuto; nessuno di loro però, riusciva a dirmi con esattezza il numero delle persone abitanti nel paese. In effetti era difficile stimare il numero preciso. Da qualche parte avevo letto che nel 1861 la popolazione era di 1260 abitanti, ma nell'ultimo censimento effettuato nel 2001, il numero degli abitanti residenti erano solo 400. Per avere notizie più precise, una mattina mi sono  recato al comune, all'ufficio anagrafe, per capire realmente quanti abitanti fossero residenti. Neanche con l'aiuto del ragioniere Cesidio, sono riuscito ad individualre la cifra esatta. Mi diceva che molti emigrati pur abitando all'estero mantengono la residenza a Guilmi. Questi rientrano raramente e solo d'estate, nelle vie strette del paese, alla guida di qualche grossa Mercedes proveniente dalla Germania o dalla Svizzera. 

 

Cesidio poi mi ha confidato che purtroppo dal 2008 non nascono bambini. Nel 2011 verrà fatto il nuovo censimento, quindi, mi ha rassicurato Cesidio, potrò avere tutte le informazioni di cui ho bisogno. Ma anche senza questi dati è facile dedurre che lo spopolamento del paese ha inevitabilmente disintegrato l'economia cardine del paese, l'agricoltura. Di fatto è sparita la forza lavoro delle campagne e gran parte delle fiorenti attività rurali degli anni passati. Non esistono più animali da lavoro e l'asino animale da traino e trasporto è praticamente scomparso. Esiste solo il maiale che viene allevato esclusivamente per la ventricina[10].

Nei giorni successivi ho avuto modo di esplorare il paesaggio attraverso lunghe camminate nelle campagne intorno al paese. Io e Federico, abbiamo camminato lungo il fiume Sinello, costeggiando e percorrendo il fiume dalle sorgenti fino a Guilmi.  Passo dopo passo, la splendida vegetazione diventava sempre più difficile da percorrere fino a diventare estremamente selvaggia e difficile da penetrare. . Trovata una strada alternativa, abbiamo ripreso il cammino nel corso del fiume, ma da un altro punto, attraversando vecchie mulattiere e fattorie abbandonate (tanto che le mie gambe erano completamente distrutte, graffiate e doloranti!). Nei giorni successi ho continuato le mie esplorazioni concentrandomi su tre tematiche principali: gli abitanti, il paese, il terrirorio. In realtà, se pur osservati in modo distinto, cercavo di considerarli come parte di un tutt'uno; tre cerchi concentrici in cui il territorio conteneva il paese e questo, a sua volta, conteneva gli abitanti.

Dopo una prima settimana di esplorazioni, ho iniziato a pensare ad una strategia che mi permettesse di rielaborare il materiale di ricerca raccolto. In una prima fase, ho rilettuto sul territorio, cercando di esaltare la percezione del paesaggio intorno a Guilmi. Il video dal titolo “replacing my patterns in Guilmi's landscape” è stato realizzato posizionando una telecamera in un punto del paese che mi permettesse di osservare il paesaggio e inquadrare una porzione molto ampia di territorio. Proprio in quell'area, a circa due km di distanza dalla telecamera, mi muovevo velocemente camminando in diverse porzioni di territorio. Nell'inquadratura, date le dimensioni del mio corpo, piccolissimo rispetto al paesaggio, l'impressione era quella di osservare una piccola formica in movimento.  Nonostante la maggior  parte dei portoni fossero chiusi, ero curioso di penetrare nel loro interno, e capire cosa fosse rimasto di interessante dentro le case. “Una casa con i portoni chiusi, rappresenta la morte per il paese, uno aperto significa la vita” - mi dicevano i vecchi del paese. Mi sono soffermato a lungo ad osservarli; la polvera sul legno segnava il passare del tempo.

Non ancora soddisfatto di non essere riuscito a capire  il numero degli abitanti di Guilmi, ho deciso di anticipare il famoso censimento del 2011 utilizzando una modalità  particolare. Per calcolare le presenze nel paese avevo bisogno di qualcosa di fisico, visibile. Per il mio censimento ogni famiglia doveva donare, in prestito, un oggetto. Questo doveva essere qualcosa di forte che emanasse energia, calore, luce: una lampada. Semplici lampade da comodino, torcie, abatjour, paralumi. Visitando, casa per casa, famiglia per famiglia, ho raccolto le lampade e verificato in modo diretto la presenza degli abitanti del paese. Ogni lampada rappresentava metaforicamente, l'energia che ancora pulsa, vibra e vive nel paese. Grazie all'aiuto di Virginia, Lucio, Lucia, Federico, Enzo e altri ragazzi del paese, la consegna delle lampade è stata molto divertente e per certi versi straordinaria.

In un primo momento le persone che incontravo, soprattutto anziane, pensavano che la mia richiesta fosse legata ad una mostra sulle lampade antiche di Guilmi. Tuttavia, in un secondo momento ogni abitante ha capito l'importanza della mia richesta, contribuendo con particolare entusiasmo. Le lampade raccolte erano circa 80. Questo dimostrava che nel paese vivevano circa 80 famiglie. Erano diverse, incredibili, colorate semplici: ogni lampada raccontava una storia, una vita, un passato. Ziu Nicola mi a detto che la sua lampada era molto preziosa perchè era il regalo del suo matrimonio. Irene mi ha dato una fantastica lampada anni '70 rossa e bianca. Alcuni mi hanno consegnato lampade a forma di mappamondo, altri  di orsacchiotto o elefantino, ma anche molto costose, lucide, con un blocco di marmo come base; altri ancora una semplice lampadina. Cosa avrei fatto con tutte queste lampade? Come potevo restituire agli abitanti tutta questa energia che mi era stata consegnata tra le mani? Ho disegnato, scritto e pensato. Sucessivamente ho creato “rethinking human energies”, una performance che ha cercato di coinvolgere non solo gli abitanti, ma il paese e nella sua totalità e il territorio.

Dopo circa 10 giorni di residenza, il 7 agosto abbiamo inaugurato la mostra[11] nella piccola Galleria Pitech. In una parete ho esposto le foto dei portoni. Per ognuno di essi ho esposto anche dei disegni di appunti e scritti che avevo raccolto durate la residenza. A fianco a questi, ho esposto anche dieci ritratti di alcune persone del paese al momento della consegna delle lampade.

 

Nella parete frontale ho presentato il video “Replacing my patterns in Guilmi landscape”. Nella terza parete, il tracciato Gps della esplorazione che avevo fatto nel fiume Sinello. Alle 21.30 allo scoccare delle campane, il paese si è completamente spento, un improvviso black out! Il paese riunito nella via roma di fronte alla Galleria Pitech piombava nell'oscurità. Dalla valle, i paesi limitrofi non potevano più vedere il paese: Guilmi era sparito definitivamente. Grazie ad un precedente accordo con il comune infatti, avevo ottenuto il permesso per spegnere per circa 40 minuti l'illuminazione pubblica. Una persona indicata da noi aveva il compito, allo scoccare della campana, di interrompere l'energia elettrica nel paese. Al completo buio, ho chiesto a tutti i presenti di seguirmi. In mano, avevo una potente torcia che il vice sindaco Pino mi aveva gentilmente prestato. Alla luce della sola torcia, tutti mi hanno seguito; sembrava una processione, che seguiva, in fondo, una luce puntata in alto per illuminare i portoni e le case disabitate. Vecchi, giovani, bambini, il sindaco e persino Zio Nicola seguivano la processione completamente al buio. Gli abitanti si muovevano lentamente tra l'oscurità e le ombre del paese: i dettagli dei balconi e delle finestre illuminate, venivano ripetutamente inghiotitti dal buio ogni volta che la luce illuminava un nuovo dettaglio. Il paese era invisibile e in un silenzo surreale, tutti avanzano verso la meta sconosciuta. Sorpassato il comune, dopo il corso Italia, arrivati alle scale, siamo saliti per il largo Merdionale. 

In questo ampio spazio, avevo posizionato con l'aiuto di Enzo, Jimmi e Chico tutte le lampade del paese che la gente mi aveva consegnato. Quando la folla in processione si era comodamente posizionata a semicerchio, ho acceso una dopo l'altra le lampade.  Il largo merdionale si illuminava poco a poco: ogni luce emanava energia.

Dopo aver acceso l'ultima lampada, tutti i presenti hanno applaudito spontaneamente! L'euforia presente nell'aria, ha raggiunto il culmine quando il sindaco a preso parola ringraziando tutti per l'evento. Dopo poche decine di minuti, l'illuminazione pubblica è stata ripristinata, riportando il paese alla normalità. Durante la performance, per alcuni istanti mi è sembrato di vivere gli stessi momenti del black out del 1965 di New York: ho percepito la sensazione del buio che arriva all'improvviso e la potenza dei corpi che in preda al panico riscoprono il senso di comunità. L'azione di far letteralmente sparire dal mondo Guilmi, personalmente ha significato interrompere metaforicamente quei filamenti, che costituiscono la griglia urbana del mondo e della globalizzazione. Accendere le lampade invece, ha significato una dichiarazione di presenza, come dire: io esisto! “Il paese si sta lentamente spegnendo. Ma adesso esistiamo” - mi dicevano dopo la performance. Io rispondevo “se il paese si spegnerà, questo dipenderà solo da voi”.  Il caso di Guilmi è emblematico. In Italia è in atto un lento e inarrestabile processo di dissolvenza.  Il patrimonio economico, sociale, culturale dell'italia, che nelle piccole comunità ha la richezza più grande probabilmente sarà destinato a sparire.  L'esperienza di Gulmi mi ha confermato che ormai la resistenza passa attraverso il corpo. Bisogna esserci fisicamente, come energia,  presenza, come una fonte luminosa che continua a bruciare.

Note

[1]         ) La residenza e la ricerca sono state ospitate per due settimane da Federico Bacci e Lucia Giardino, (nata a Vasto ma con origini guilmesi). Residenti a Firenze, da alcuni anni hanno deciso di abitare per brevi perdiodi  il paese, invitando artisti a lavorare e presentare le proprie opere. Oltre alla casa in cui abitano, hanno restaurato una piccola “Pitech” in abruzzese significa “bottega” che ora è diventata una minuscola galleria. Oltre alla loro incredibile disponibilità e supporto, sono stati indispensabili gli aiuti di Enzo Fascetto e  Jimmi Gelli.

[2]         ) Renè Burri, fotografo svizzero. http://it.wikipedia.org/wiki/Renè_Burri

[3]       ) Mi è capitato di sentire dai Guilmesi “la terra si muove. Vedi Atessa? - mostrandomi il paese in lontananza dal belvedere sud di Guilmi - “alcuni anni fa non riuscivamo a vederla da qui, adesso si vede perfettamente. La terra si muove, le colline si spostano, i paesi alzano e si abbassano”.

[4]         ) Doris Salcedo nasce nel 1958 a Bogotá, in Colombia, dove vive e lavora. L'installazione Shibboleth, commissionata e realizzata nell'ambito delle Unilever Series, è stata visitabile dal 9 Ottobre 2007 al 16 Aprile 2008 presso la Turbine Hall della Tate Modern a Londra

[5]         ) Ho letto che oltre al gas siano state rilasciate delle concessioni per l’estrazione di petrolio a largo di Ortona non lontano da Vasto. Contro le quali hanno presentato osservazioni non solo le associazioni ambientaliste, ma anche esercenti e singoli cittadini. Recentemente qualcuno ha detto: “Il nostro oro nero e’ il vero incubo del futuro” -  http://www.vastesi.com/blog/2008/09/04/il-nostro-oro-nero-e-il-vero-incubo-del-futuro/.

[6]         ) Marc Augé,  Pour une anthropologie de la mobilité, 2009; trad. Guendalina Carbonelli, Per un'antropologia della mobilità, Milano: Jaca Book, 2010

[7]       ) Riferito ai numerosi viaggi nelle megalopoli Asiatiche con il progetto What Burns Never Returns e Overlapping Discrete Boundaries.  Vedi http://www.alessandrocarboni.org

[8]         ) Un elemento fondamentale per eggere la complessità del paesaggio, secondo Eugenio Turri , sono gli iconemi «unità elementari della percezione che, sommate con altre in combinazione formano l’immagine complessiva di un paese. Il paesaggio è la sintesi sommatoria di tante unità, di tanti iconemi, elementi carichi di singolari significati, artistici, storici ecc.».Eugenio Turri, a poi spiegato il significato del termine “iconema”.Eugenio Turri, Il paesaggio come teatro, Marsilio, Venezia, 2006

[9]         ) Circa trenta Guilmesi  lavorano alla Sevel di Atessa, nella val di Sangro. Lo stabilimento è il più grande stabilimento di veicoli commerciali leggeri d’Europa in cui vengono prodotti il Fiat Ducato, Il Citroen Jumper e il Peugeout Boxer. Ogni mattina alle sei dalla piazza di Guilmi un piccolo autobus accompagna alla fabbrica i lavoratori

[10]       ) La ventricina è un salume tipico abruzzese. Vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Ventricina

[11]       ) La mostra è stata curata in collaborazione con Federico bacci e Lucia Giardino.